Scrivere di Pompei sintetizzando le sue bellezze e la sua importanza è impresa ardua. Partiamo quindi dai dati.
Visitati da oltre 2 milioni e mezzo di persone ogni anno, gli scavi di Pompei, con quelli di Ercolano ed Oplontis, sono nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. I suoi quarantacinque ettari di area scavata e l’elevato grado di conservazione, dovuto alla coltre di lapilli e ceneri alta circa 6 metri scaturita dall’eruzione del 79 d.C., rendono Pompei un sito unico, perché restituisce l’immagine più definita di una città romana.

La città sorge su un pianoro formato da una colata di lava vesuviana, a controllo della valle del fiume Sarno. Le testimonianze più antiche datano la nascita tra la fine del VII e la prima metà del VI sec. a.C.. Verso la fine del IV sec. a.C., Roma scende nel meridione e con alleanze e campagne militari, includendo Pompei nell’organizzazione politica della res publica romana. Nel 90-89 a.C. si ribellò assieme ad altre popolazioni, che reclamavano a Roma pari dignità ma, assediata dalle truppe romane, la città capitolò e diventò colonia romana.
Nel 62 d.C. un terremoto colpì l’intera area vesuviana, distruggendo Pompei: la ricostruzione ebbe subito inizio non fece in tempo a terminare che, il 24 agosto del 79 d.C., l’improvvisa eruzione del Vesuvio la seppellì di ceneri e lapilli.
La data dell’eruzione del 79 d.C. è nota attraverso una lettera di Plinio il giovane, ma successive verifiche hanno permesso di constatare che la data reale dovrebbe essere in pieno autunno.
Nel 1748 cominciò l’esplorazione, col re di Napoli Carlo III di Borbone, riportando alla luce parte della necropoli fuori porta Ercolano, il tempio di Iside, parte del quartiere dei teatri.
Continuò poi nell’Ottocento, dove grande eco suscitò la scoperta della casa del Fauno, con il grande mosaico raffigurante la battaglia di Alessandro.
Dopo l’unità d’Italia, la nomina di Giuseppe Fiorelli alla direzione degli scavi portò una svolta, con un metodo di lavoro più sistematico che collegò i nuclei e lasciò sul posto i dipinti, precedentemente venivano staccati e portati al museo di Napoli.

I calchi di gesso
Fu anche introdotto il metodo dei calchi in gesso, grazie al quale oggi possiamo scorgere le espressioni dei volti, le pieghe dei vestiti, le posizioni contorte in cui i Pompeiani furono sorpresi dalla furia del Vesuvio, ma anche sagome di porte, di armadi, di radici di piante, di animali. Il metodo si applica ai corpi sommersi, nella fase eruttiva finale, dalla pioggia di cenere che, col tempo, solidificandosi ne ha preso la forma e, dopo la loro naturale decomposizione, ha creato nel terreno una cavità con la loro impronta.
Si giunge così al lungo periodo, dal 1924 al 1961, segnato da Amedeo Maiuri: oltre alla scoperta di edifici di grande prestigio, come la Villa dei Misteri, è da segnalare il completamento della delimitazione della città, lo scavo di ampia parte delle regioni I e II e della necropoli di porta Nocera, l’inizio metodico dell’esplorazione degli strati sottostanti al livello del 79 d.C., alla ricerca delle fasi più antiche di Pompei.
In questi ultimi decenni, l’attività di scavo si è progressivamente ridotta, ritenendo opportuno concentrare le poche risorse disponibili, largamente insufficienti anche per questo solo compito, sul restauro e sulla manutenzione degli edifici già portati alla luce.



